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martedì, 10 aprile 07 12:29
Qualcosa su Andy Warhol? Dal catalogo Warhol curatore Bycko
Da Andrej Warhola ad Andy Warhol (e al principio fu il sole) Miková – un piccolo villaggio nella Slovacchia orientale è il paese nativo di Andrej Varhola e di Júlia (Uľa) Zavacká, l’uomo e la donna che hanno dato la vita a Andy Warhol – il personaggio d’arte più degno d’attenzione della seconda metà del XX° secolo. Miková è in fondo un paesello che non si distingue con alcuna peculiarità dagli altri piccoli villaggi ruteni e slovacchi della regione di Pre¨ov, nella Slovacchia. La vecchia chiesa greco – cattolica originale fa da muto testimone degli avvenimenti e della storia del luogo. Júlia Varholová partì da Miková per l’America per raggiungere suo marito, dopo le nozze celebrate nella chiesa di Miková nel 1909. Si stabilirono a Pittsburg, nella città dei minatori e dell’industria. Il lavoro pesante minò la salute del padre a tal punto da causargli la morte (1942). Piccolo e malaticcio Andy passava tutte le giornate in compagnia di sua madre. I fratelli maggiori John e Paul furono costretti ad andare a lavorare per sostituire il proprio padre e garantire la sopravvivenza della famiglia. Le frequenti malattie e la povertà svilupparono nel piccolo Andy, labile e neurotico, un certo handicap. Con sforzo interiore, confrontando la sua condizione con il mondo delle celebrità, sognava la propria stella sul firmamento della popolarità. Si circondava con i ritagli e le fotografie giornalistici di gente conosciuta e famosa degli Stati Uniti. Voleva essere noto come Truman Capote e le altre celebrità alle quali instancabilmente scriveva lettere. Dopo l’entrata nel Carnegie Institute, dove andò a studiare grafica pubblicitaria, questo mondo delle celebrità gli si iniziò ad avvicinare. Ascetico, timido, in preda al mutamento imprevedibile delle proprie opinioni e giudizi, osservava il mondo dell’arte con sforzo, passo dopo passo si accostava ad esso. Nel corridoio della scuola si avvicinò al suo insegnante di pittura dicendogli: “La prego, mi diverta”. Il suo comportamento e il suo aspetto particolare hanno suscitato, già in quei tempi, nei molti suoi compagni e docenti, un certo tipo d’opinioni al riguardo della sua mentalità. Queste hanno creato successivamente, durante tutta la vita dell’artista, le supposizioni sulla sua misteriosità e stramberia le quali Warhol riuscì a ben sfruttare per la propria pubblicità e popolarità. Conclusi gli studi al Carnegie Institute conseguì il diploma di grafico pubblicitario. Essendo Pittsburg una città periferica, non gli presentava l’obbiettivo reale dei propri sogni e così inseguì la felicità e la gloria andando a New York. I primi lavori che ottenne furono per gli allestimenti delle vetrine delle drogherie. Gli venne in mente un’idea eretica. Nota che le strade di New York sono strapiene di vari tipi di scrittura, alcuni tecnicamente perfetti, altri luminosi… Come fare colpo in questo mondo della pubblicità, del commercio e delle luci? Decide di usare per le proprie creazioni pittoriche delle vetrine, la calligrafia di sua madre Júlia. Un vero shock. A New York, nelle vetrine delle prestigiose società commerciali, non saltano agli occhi i caratteri multicolore ma un testo scritto, nero su bianco, con la calligrafia della semplice donna slava. Questo colpisce il pubblico nonché gli esperti del settore. Warhol riceve numerose altre commissioni. Diventa un allestitore ben pagato, ma non un artista. Dalla scena artistica si ritira Jackson Pollock con il suo astrazionismo espressivo di grande rilievo, fino a poco tempo prima, e arriva la pop – art. Siamo all’inizio degli anni ‘60. Una delle case editrici, che pubblica un disegno di Andy, per svista tralascia la “a” finale del suo cognome. Non Andy Warhola, ma Andy Warhol. Questo piccolo errore gli rimane simpatico ed ecco come nasce Andy Warhol. Nessuno dei suoi parenti ne è a conoscenza, per loro continua a rimanere Andrew Warhola o Andrijko. Il mondo del pop - art si sposta rapidamente sulla scena universale. L’artista cambia il proprio nome ed Andrew Warhola diventa Andy Warhol. Nel cimitero di Miková c’è un immensa quantità di tombe con i nomi Varhola o Zavadský – cognomi dei parenti del padre e della madre di Andy Warhol. Vicino alla vecchia recinzione del cimitero, fu per anni, semplicemente appoggiata allo steccato, un’antica croce di legno, quasi maestrevolmente adornata con delle incisioni. L’interesse viene suscitato soprattutto dall’intaglio di un cranio. Un maestro sconosciuto gli ha dato un “volto” con un sorriso. Non si tratta di una comparizione singolare. Sulle antiche croci nel territorio di Lemkov ci imbattiamo frequentemente con i crani sorridenti. Similmente come sulle icone. In una delle interviste con John Warhola, esso ha detto: “Nostra madre ci parlò di una terribile guerra che passò attraverso Miková. Per anni dopo la sua fine, nelle foreste intorno, biancheggiavano i crani dei soldati caduti, come funghi”. Andy Warhol, in riferimento alla morte, si è espresso così: “Non credo alla morte, perché quando arriva, noi non ci siamo più”. Un'altra reminescenza di John Warhola: “ Quando è scomparso nostro padre, Andy era in preda al panico. Non riusciva a guardare la salma del padre. Aveva paura della morte.” Andy Warhol in persona si è espresso una volta con queste parole: “ Le persone non dovrebbero morire. Dovrebbero partire in qualche luogo lontano e non tornare più”. Un insolito “cromatismo” degli sguardi ed ecco che Andy, già come un noto pop – artista, crea numerosi portfolio con i crani umani. Addirittura anche al proprio autoritratto aggiunge un cranio con una notevole somiglianza alla fisionomia del proprio volto, come se volesse convincere se stesso di non avere paura della morte. La madre di Andy disse al figlio: “Vivi in modo di non essere povero e avere i soldi sufficienti per un umile funerale”. Dalle testimonianze delle persone vicine ad Andy sappiamo che lui addirittura non voleva neanche una scritta sulla sua tomba. …… disse di scrivere “Nessuno”. Un segno più caratteristico degli interni delle chiese greco – cattoliche e ortodosse è la presenza dell’iconostasi. Si tratta di una specie di parete composta da icone - i ritratti dei santi e degli episodi della loro vita. Andy, nella sua infanzia, frequentava la chiesa di rito ortodosso. Questo mosaico dei santi sull’iconostasi captò probabilmente il suo interesse. Perché nessuno degli artisti (non solo di pop – art) non ha sistemato le proprie opere in serie creando un unico insieme (tipo portfolio)? Non somiglia un pò all’iconostasi? Perché non lo fece Roy Lichtenstein con i suoi fumetti o Robert Rauschenberg? Ritorniamo nuovamente ad Andy nel suo periodo culminante di pop – art. Warhol solo raramente realizzava le proprie mostre avvalendosi del sistema, comunemente usato, di installare i quadri su una parete bianca. La maggioranza delle sue mostre realizzate durante la sua vita (peccato che nel caso delle mostre dopo la sua morte questo avviene solo raramente, in quanto i curatori spesso rinunciano all’approccio prediletto di Warhol allo “spazio come un quadro”) sono state installate negli interni le pareti delle quali erano ricoperte interamente con la carta da parati con i motivi delle sue opere dove, nelle portfolia, collocava “le icone della sua iconostasi”. Anche non coprendo le pareti con la carta, manteneva l’intento originario dell’installazione, in modo che le opere formavano, diciamo, una certa iconostasi immaginaria. L’approccio unico e completamente nuovo è stato adottato nel caso dell’installazione della mostra nella Leo Castelli Gallery a New York, già nel 1966. La vecchietta Chomová che si ricordava la madre di Warhol quando era ancora bambina, ci ha fatto vedere concretamente come Júlia Warholová dipinse gli zoccoli e le facciate delle casucole a Miková. Con una larga spazzola creava le varie forme ornamentali di diversi colori che si ripetevano regolarmente. Queste forme evocavano visivamente di solito i fiori. Semplice iterazione dei semplici ornamenti. Poniamoci una domanda. È stato un caso, nell’analogia delle iterazioni delle singole opere del portafolio di Andy Warhol? Una volta Júlia Warholová aveva detto a suo figlio: “Andy, sarei così felice se tu avessi tanti figli e ognuno potrebbe portare il nome Andy. Sarebbe solo Andy, Andy, Andy.” In casa Júlia Warholová teneva alcuni gatti. Ognuno portava lo stesso nome – Sam. Nel 1967 a Stockholm, Warhol aveva tappezzato completamente la facciata di Moderna Museet con teste di mucche. In Whitney Museum of American Art a New York (nel 1971) su tutta la parte tappezzata con teste di mucche Warhol installa il portfolio La Sedia elettrica, Autoritratto. Ripetizione infinita. Sulla parete tappezzata con il motivo del ritratto di Mao, Warhol installa 11 e più motivi identici del ritratto di Mao solo con mutazione di colore. La vecchietta di Miková forse lo commenterebbe con le parole “… per esserci di più, ma ciascuno un po’ diverso.” Alla mostra Ritratti degli anni settanta (Portraits of the 70s) Warhol installa con regolarità su una parete piuttosto spoglia sempre due pezzi dello stesso ritratto dei personaggi noti e importanti ( L. Castelli, R. Lichtenstein etc.) nelle mutazioni di colore, sempre “… di più ma ciascuno un po’ diverso”. Torniamo un po’ indietro. Le avventure di Maud Noakes (The Adventures of Maud Noakes) è una piccola opera di Andy Warhol del 1961. Si tratta di una ripetizione reiterata dello stesso motivo, rappresentanza comica messa una accanto all’ altra in cinque file ciascuna di 10 pezzi. Lo storico d’ arte e biografo di Andy Warhol, David Bourbon, è il proprietario di un’opera unica dell’ artista del lontano 1959. Si tratta dei manualmente colorati motivi di volatili, dei piccoli soli, di frutta di bosco, di piccole stelle, di piccoli cuori e altre forme geometriche create come modello (come quaderni da colorare) con la tecnica di offset e fotografia. Ancora una volta tutto messo in fila, ripetutamente una accanto ad altra fino a sembrare infantilmente “di basso costo” quasi un kitsch. Non ci costerebbe troppa fatica per trovare un simile intento di “decorazione” nei numerosi interni rurali (oppure nei prodotti casalinghi – cassapanche di casa etc.) delle case di Miková, ma anche negli altri paesini della Slovacchia Orientale. Nel 1956 Andy Warhol disegna le scarpe femminili. Sulla bozza firmata come Za Za Gabor Shoe (collezione di Suzie Frankfurt, New York) potremo identificare la calligrafia della madre dell’ artista. La lettera “z” è scritta quasi scolarescamente, in modo in cui si imparava a scrivere ancora nei tempi austro-ungarici (e così anche dell’Alta Ungheria, dove apparteneva allora anche Miková). Addirittura anche la firma “Andy Warhol” è scritta con la calligrafia di sua madre. Non si trattava solamente del rapporto emotivo dell’ artista verso la sua madre, ma soprattutto del fatto che Warhol ha evidentemente sfruttato la calligrafia semplice di una modesta donna slava nel mondo in cui creava lo shock. Ed è proprio questo che Warhol cercava. Nel 1959 Júlia Warholová crea il suo disegno a penna Gatto sdraiato sul fianco (Cat lying on Side). E firma come “Andy Warhol mother”. Anche gli altri disegni – a penna (p.e. Gatti santi – Holy Cats, 1957) etc. sono piuttosto simili ai primi disegni di suo figlio. Ne è un’ altra testimonianza il disegno Annunciazione dell’ Angelo (proprietà del Museo dell’ Arte Moderna di Andy Warhol a Medzilaborce). Andy Warhol era un eccezionale disegnatore e colorista. La leggerezza della linea e sfarzosità dei colori, soprattutto quei puri e “dolcemente” intonati, attribuivano alle sue opere l’ effetto quasi al neon, la quale la caratteristica l’ identificava ancor prima che il visitatore leggeva e scopriva chi è l’ autore dell’ opera. Quasi il 90% della sua opera è identificabile per il suo inconfondibile stile warholiano; se la sua M. Monroe, Lenin rosso oppure Ladies and Gentlemen sarebbero “dispersi” in una mostra e installati uno per volta tra le opere di Lichtenstein, Johns, Rauschenberg e altri artisti del pop-art, riusciremmo ad identificarlo immediatamente. Dalle testimonianze dei successori dell’ artista e dei famigliari dalla Slovacchia sappiamo che Júlia Warholová preferiva disegnare gli angeli. Come lei, anche il suo figlio Andy usa i motivi con le macchiette piacevoli con le faccette degli angeli nella sua creatività illustrativa e di consumo. I motivi dei fiori semplici, delle forme, dei calchi degli uccelli, delle piccole stelle etc., le quali così volentieri produceva Júlia Warholová ancora nei tempi della pittrice delle facciate e dei muri delle casucole innalzati nello sforzo per uno stile originale del giovane Andy nel periodo della fama appena incominciata, vengono sostituite dalle immagini di super stars, dagli imballaggi degli oggetti di consumo, dalle situazioni ed eventi noti per elaborarli nelle icone della seconda metà del XX º secolo. La luce di super star di Andy Warhol accresce di nuova intensità. Il mondo delle icone vecchie, la loro funzione e l’intento Warhol coscientemente e non li trasforma in un mondo delle icone della seconda metà del XX º secolo da lui creato. Il viaggio della “Macchia” (il sopranome di Andy che gli fu dato ancora nell’infanzia per la perdita di pigmentazione delle pelle del viso) dai numerosi racconti serali di sua madre alle lunghe giornate trascorse per la malattia a letto guardando - tra l’altro – anche le riproduzioni di icone, dalla educazione al ribadire la necessità della fede in Dio, dalle prime parole alle informazioni sulla terra “da nessuna parte” (così in un’ intervista indica le proprie origini) di Miková, fanno rivivere engramma della sua corteccia celebrale già in salita per il successo raggiunto. Nessuno potrà negargli l’appartenenza all’ America e il fatto, che Andy Warhol era uno dei più noti americani, ma nemmeno la realtà che era di origine un ruteno e che i geni e l’ educazione significano molto nella vita di un individuo, a maggior ragione nella vita di uno sensibile della personalità neuroticamente strutturata e piena di timidezza ed insicurezza da un lato, ma dall’ altro desiderosa di riconoscimento e di fama. Di quella fama che solo difficilmente l’avrebbe colmato. Da una parte il suo modo “schizofrenico” di vivere da una super star stravagante e dall’ altra un introverso, potrebbe sembrare un fatto di compensazione, di riposo. Considerando l’ ontogenesi del carattere sociale e psichico e delle origini, Andy Warhol è una delle più grandi personalità americane, ma anche la meno tipica. Quel neurotico e timido provocatore era lontano dalla sovranità, sicurezza e freddezza americana. Sembrare un americano vero, con l’ atteggiamento stravagante da una super star, gli doveva costare molta energia e forze. L’aveva confermato con le parole: “Devo andare ad un party …, dovrò prendere un altro valium.” Perché voleva stare nel mondo della fama americana, tra i vip, ma preferibilmente solo come un osservatore? Perché scappava dal mondo della superficialità tra le mura del suo appartamento pieno d’ antiquariato, degli oggetti banali, da sua madre – una semplice paesana, dalle preghiere etc.? Quale dei due Andy Warhol era Andy Warhol reale? leggi i commenti
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